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2015, il rilancio delle imprese è nel modello start-up

Quest’anno il numero totale di imprese attive è sceso di 4 mila unità rispetto al 2013. Le aziende innovative, invece, piuttosto che diminuire si moltiplicano. Infatti, le start up che hanno aperto nel 2014 sono il doppio rispetto a quelle del 2013. Proprio per questo le start up sono il modello da seguire per puntare alla crescita. Vediamo come abbiano un effetto positivo sull’intero sistema imprenditoriale italiano.

Fonte: Wired.it – Giulia Annovi – dicembre 30, 2014

Con una crescita del 13,8% delle start-up italiane, il terzo trimestre si chiude con questa tipologia di business da prendere come modello

Che cosa attende le imprese italiane a gennaio? Il clima di novità e rinascita tipico della primavera quest’anno si era fatto sentire anche in ambito economico, ma la fiducia con cui si era avviato il 2014 se n’è andata ben presto. Nel terzo trimestre del 2014 il PIL è diminuito dello 0,1 % rispetto al trimestre precedente e dello 0,4% rispetto allo stesso trimestre del 2013. La smentita è stata così grossa che il Governo si è affrettato a spostare nuovamente la data in cui i conti italiani torneranno a quadrare: il pareggio del bilancio è previsto per il 2017, mentre per ridurre l’incidenza del debito sul PIL dovremo attendere il 2016. Secondo l’ultimo rapporto della Banca d’Italia, “Il protrarsi della debolezza dell’economia costituisce il principale fattore di rischio per le imprese”, che vedranno sempre più accentuarsi “le differenze in relazione a prospettive di crescita, redditività e condizioni di accesso al credito”.

La fatica con cui si muovono le imprese italiane si misura nella contrazione del numero delle nuove imprese nate. Secondo l’ultimo rapporto di Unioncamere, questo è l’anno in cui si conta il minor numero di imprese di nuova costituzione, il 13,8% in meno rispetto a quelle nate nel 2005. Sottraendo al numero delle nate quelle che hanno cessato la loro attività (un valore che invece si mantiene costante), il valore netto delle imprese di quest’anno è intorno alle 16 mila unità, quattro mila unità in meno rispetto allo stesso trimestre del 2013. A ciò si aggiunga il dato del sondaggio della Banca d’Italia da cui emerge che il saldo tra le aziende con un aumento delle vendite e quelle con una diminuzione è ancora negativo, cosa che non fa certo rialzare il clima di fiducia nella ripresa. E i prestiti bancari quest’anno si sono ridotti del 3,1% e la tendenza continuerà anche per il 2015.

Il problema dell’Italia si può riassumere in tre parole: innovare, crescere, e internazionalizzarsi” ha detto Giampio Bracchi, presidente della Fondazione Politecnico e del Polihub di Milano, sottolineando come le aziende che soccombono alla crisi sono proprio quelle di piccole dimensioni, incapaci di aggregarsi con altre imprese e di esportare i loro prodotti. E infatti le aziende che rispondono a questa descrizione, le start-up, sembrano seguire un trend diverso rispetto alle imprese tradizionali. Mettendo a confronto i numeri del registro start-up di Unioncamere del terzo trimestre 2013 con il 2014, le aziende innovative sembrano rispondere con il giusto tono alla crisi, perché il numero di quelle che hanno aperto in questo periodo è più che raddoppiato da un anno all’altro. “Le start-up sono tecnologicamente avanzate, sono in grado di innovare e, quando vanno bene, crescono molto rapidamente”, ha spiegato Bracchi.

Possiamo quindi guardare a queste imprese come la salvezza per l’Italia? Stando a una stima del Presidente del PoliHub, le start-up italiane potrebbero ammontare a circa otto mila unità, perché non tutte sono iscritte ai registri ufficiali. Dopo tre-cinque anni di attività contano in media dieci dipendenti, pochi per l’impresa italiana che lotta anche con una tasso di disoccupazione che non accenna a calare (in media pari al 12,55%). Le start-up però generano movimento nel mercato del lavoro: si stima infatti che per ogni posizione occupazionale all’interno di una start-up, ve ne siano quattro nell’indotto.
“Sebbene le start-up non risolvano i problemi dell’imprenditoria italiana, sono però una componente senza la quale non è possibile pensare a un rinnovamento in Italia”, ha commentato Bracchi.

La mancanza di crescita e di potere occupazionale è una conseguenza degli investimenti che nel nostro paese sono troppo timidi. Con una produzione industriale che non fa altro che calare e che comunque resta ancora un quarto inferiore a quella che avevamo raggiunto prima della crisi, le aziende stentano a rialzare la testa. I grandi assenti in Italia sono gli investimenti importanti: le cifre investite sono sempre di un ordine di grandezza inferiore rispetto a quelle che girano negli Stati Uniti. “Anche nel caso delle start-up, spesso le aziende vengono avviate con fondi italiani”, ha spiegato Bracchi che per nove anni è stato anche presidente dell’Aifi, “ ma poi sono costrette a rivolgersi all’estero per andare avanti”.

Qualcosa in Italia è stato fatto tra defiscalizzazione per chi si impegna in aziende innovative e fondi di investimento ad hoc, ma in Italia per dare davvero un più ampio respiro alle start-up, ha concluso Bracchi, “bisognerebbe passare da una sensibilizzazione generale a un’azione concreta e ben orientata”.

http://www.wired.it/economia/business/2014/12/30/salvera-imprese-italiane/

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