Mancanza di trasparenza e strategie non efficaci, solo pochi Paesi riconoscono l’importanza degli open data


La World Wide Web Foundation del padre del Web Tim Berners-Lee ha pubblicato il 19 Gennaio la seconda edizione del suo Open Data Barometer, strumento di monitoraggio dei livelli di trasparenza e accessibilità dei dati nel mondo. La classifica tiene conto dell’avanzamento dei paesi rispetto all’accessibilità dei dati, l’apertura, l’adempimento degli impegni assunti, e la disponibilità dei dati stessi.

Nel 2013 i leaders del G8 hanno firmato la Carta degli Open Data con la quale si sono impegnati a rendere i dati pubblici aperti “by default”, liberi e riutilizzabili. Nel 2014, durante l’ultimo G20 i dati aperti sono stai riconosciuti come uno strumento di lotta alla corruzione e le Nazioni Unite hanno sottolineato la necessità di una “Data Revolution” per raggiungere gli obiettivi globali.

L’edizione 2014-2015 del Open Data Barometer esamina la situazione degli open data in termini di consapevolezza, implementazione e impatto sulla nazione in 86 Paesi del mondo e stila una classifica basata su queste tre categorie. Secondo la definizione della ricerca l’indice di consapevolezza misura quanto il paese si sia dimostrato capace di comprendere l’importanza e i benefici, anche economici degli open data. L’implementazione è l’indice che indentifica il livello di estensione della pubblicazione dei dati aperti da parte dei paesi presi in esame. Il terzo indice, l’impatto, determina le ricadute positive dei programmi di open data sui paesi in termini di trasparenza, responsabilità, efficienza ed efficacia delle azioni politiche e benefici economici.

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 I risultati della ricerca mostrano una scala decrescente dei paesi analizzati, da quelli che risultano maggiormente capaci di stabilire e mantenere programmi sugli open data a quelli in cui le attività sugli open data risultano bloccate, ridotte rispetto agli anni precedenti o non ancora neanche partite.

Il Regno Unito guadagna nuovamente il primo posto seguito dagli Stati Uniti, la Svezia e la Francia. Tra i Paesi in via di sviluppo hanno mostrato degli importanti progressi l’Indonesia, la Nigeria e il Brasile. L’Italia si trova al 22° posto, inserita nel cluster di Paesi in cui le iniziative open data sono in via di sviluppo. Gli ambiti in cui il nostro Pese dovrà maggiormente intervenire sono i dati dell’amministrazione pubblica, i registri catastali, i dati sugli assetti societari, e i contratti dei settori pubblici.

Lo studio sottolinea alcuni fattori comuni tra i Paesi che hanno avviato iniziative di successo sugli open data. Tra questi Paesi è stato, infatti, riscontrato un alto livello di impegno politico, un supporto consistente e stabile da parte dei governi nazionali e urbani ai programmi di open data e una migliore abilità di governi, società civile e imprenditori a comprendere e utilizzare i dati in modo efficace.

Il fatto, infine, più significativo da sottolineare è che tra gli 86 Paesi presi in esame più del 90% non pubblica i propri dati in formato aperto e meno del 8% dei Paesi pubblica i propri dati finanziari, sulle spese del governo, i contratti dei settori pubblici e assetti societari. Sir Tim Berners-Lee commenta questi risultati sostenendo che i governi continuano a tirarsi indietro nella pubblicazione di dati che potrebbero migliorare la loro responsabilità e fiducia e che sono uno strumento di potere nelle mani dei cittadini.